Dizionario dei proverbi ostunesi: B & C.

•giugno 11, 2009 • 3 commenti

I proverbi con la “B”

Batte lu fiérre cavete (Batti il ferro finch’è caldo)

Bona ‘ncudena na téme martièdde (Chi è forte non teme contrarietà)

Béne de fortuna passene cumme la luna (Spesso le vincite e le cose conquistate per mera fortuna spariscono come nebbia al sole)

Buéne miér, bona fezza (De buon vino è ottima anche la feccia)

I proverbi con la “C”

Ce la morte tène crianza, u tiémbe i’ ialandomme (Se non muio, col tempo dimostrerò di aver ragione)

Camba e ffa cambá (Vivi e lascia vivere)

Cane na mmangia cane (Cane non mangia cane)

Carta véne e scecatore s’avanda (molte volte la fortuna si confonde con l’abilità)

Carta canta e vellane dorme (Lo scritto rimane, le parole volano)

Ce jave e cce dé ‘mBaravise ve’ (Chi riceve e dona va in Paradiso)

Ce camina lécca, ce ste’ férme sécca (Chi si muove e si da da fare, riesce sempre a guadagnare)

Ce cèrca fatià, cerc’anore (Chi chiede lavoro, chiede onore)

Ce cumanna na suda (Chi comanda non suda)

Ce desprézza vol’accatta’ (Chi disprezza vuol comprare)

Ca mégghjie péte téne, megghjie camina (Chi ha più possibilità, meglio riuscirà)

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Dizionario dei proverbi ostunesi: A.

•giugno 11, 2009 • 7 commenti

I proverbi sono stati sempre visti come fonti di saggezza popolare. Sempre definiti scintille d’intelligenza esprimono più delle volte verità in un modo facile da ricordare. Oggi vengono spesso non ricordati e dimenticati, ma in passato hanno avuto un’importanza rivelante: nel periodo dell’analfabetismo i proverbi erano importanti per l’istruzione dei figli trasmettendo loro i principali valori sociali. Qui di seguito e negli articoli successivi voglio ricordare qualche proverbio in dialetto ostunese.

I proverbi con la “A”

Attacca lu ciucce a dde vò lu patrune (Lega l’asino dove vuole il padrone)

A dde na ste’ nesciuna mesura, tutte picca dura (Dove non cè misura/rispermio, tutto poco dura)

A cavadde iastemate, li lusce lu pilu (Al cavallo fastidioso, luccica il pelo)

Anghjie li récchjie (Plagiare, condizionare)

Addemannanne addemannanne, s’arriva a Roma (Domandando e chiedendo, arrivi a Roma)

Amore de patrune, amore de nesciune (L’amore del padrone non è amore)

Agne lassata i’ pérsa (Ciò che lasci è perduto)

Agne cuccuvascia s’avanda li filu sove (Ogni madre vede belli i propri figli)

I soprannomi, o ‘ngurie, razze, agnomi, alias degli Ostunesi.

•giugno 10, 2009 • 1 commento

Fin dagli anni 40′ era abitudine aggiungere al nome e cognome di una persona il soprannome o agnome o ‘ngiuria che servivano ad esempio a individuare famiglie che avevano avuto nella vita un ruolo sociale, economico e culturale.

A quell’epoca il soprannome era così comune che nessuno si lamentava. Quindi soprannome come il proprio marchio di famiglia. E una volta affibbiato diveniva indelebile per le successive generazioni. Quel soprannome era difficile toglierselo di dosso, vive come un parassita a fianco del cognome. Chi lo possedeva cercava di cancellarlo ma alla fine regnava beffardo e pungente.

Soprannome, spesso intraducibile ma sempre azzeccato, diveniva il vero marchio che descriveva a volte un difetto fisico, un aspetto negativo del carattere, qualche tara ereditaria.

Oggi gli agnomi hanno perduto efficacia, colore e calore: si sono atrofizzati, diventati semplici appellativi.

Ricordi 2: usanze, riti e sortilegi.

•giugno 10, 2009 • Lascia un commento

Continuando sulle usanze vi propongo un altro rito:

Li pappamusce o cate cate cappièdde

incappucciatiI confratelli della congregazione indossando una tunica bianca, con cappuccio pure bianco con due fori in corrispondenza degli occhi, il Giovedì Santo avevano l’obbligo di visitare alcune chiese. Questi confratelli, in coppia, con sulle spalle un cappello a larghe falde, nel visitare i sepolcri delle chiese, erano additati dai ragazzi, che, per scherzo, rivolgevano loro questa frase: “Amici cari, non vedete ce vi cade il cappello?”.

I confratelli con un’asta di legno, che sovrastava l’altezza della persona, e sulla cui cima una piccola croce, si spostavano ad intervalli di mezz’ora, da una chiesa ad un’altra. L’asta simboleggiava l’antico bastone dei pellegrini, quando per penitenza si recavano a Roma, per chiedere perdono dei loro peccati.

Fra i compiti che in confratelli dovevanoassolvere vi era l’obbligo della preghiera, dell’adorazione e della guardia al Sacramento, situato nell’urna dei Sepolcri, che i parrocchiani, a gara, addobbaano con molta cura, gareggiando con le altre chiese.

Sia durante il percorso da una chiesa all’altra, sia nel cambio che doveva avvenire in chiesa, non era consentito parlare e tutto si risolveva mediante gesti.

Ricordi: usanze, riti e sortilegi.

•giugno 10, 2009 • Lascia un commento

Usanze, riti e sortilegi ormai sono entrati nell’archivio dei ricordi e delle nostalgie. Voglio, infatti, ricordare alcuni di questi.

Cùnzulu

Fino agli anni 40′, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, era ancora in uso nelle famiglie del nostro paese offrire il cosìddetto “cùnzulu” o consòlo. I parenti del defunto ed anche le famiglie legate da antica amicizia, a turno o per intera settimana, si addossavano volentieri il compito di offrire colazione, pranzo e cena alla famigia colpita dal lutto, non potendo dedicarsi alla cucina in quanto accendere il fuoco in casa del morto era ritenuto un sortilegio.

Le serenate.

•giugno 9, 2009 • 1 commento

serenata

La serenata sino agli anni cinquanta era l’arma preferita degli innamorati, che sotto la finestra o il balcone a volte trascorrevano l’intera serata. Infatti, l’innamorato con o senza strumenti musicali, seguito da amici con chitarre e mandolini, iniziava la serenata. E dopo qualche ora di attesa riusciva ad ottenere un saluto o un bacetto o un abbraccio fugace dalla sua amata.

Una tradizione che ancora oggi qualche abitante ostunese continua a far vivere!

Canti, serenate e brindisi.

•giugno 9, 2009 • Lascia un commento

I canti, le serenate, i brindisi, i soprannomi e i proverbi hanno costituito il cardine delle tradizioni, delle consuetudini e dell’anima popolare ostunese. Infatti, nei tempi passati queste espressioni dell’animo popolare erano affidate alla tradizione orale. Era solito durante le feste in famiglia o nelle serate estive, al chiarore della luna che i villeggianti trascorrevano sugli ampipiazzali le ore ballando, cantando, dedicandosi a giochi e a dare soluzioni agli indovinelli.

La maggior parte di questi stornelli, serenate e canti fiorirono nel corso del quotidiano lavoro, durante la raccolta dell’uva, dei fichi e delle olive. I canti non semprecontenevano chiari riferimenti al lavoro che si svolgeva, ma per lo più alle aspirazioni, agli stati d’animo, alle consuetudini e alla vita dei campi.

Questi canti, stronelli e brindisi restano ancora tutt’oggi nella memoria di molti anziani come veri e propri documenti della tradizione ostuense.